Dal proibizionismo ai giorni nostri

Il 1900 comincia con alcuni fatti che spalancano la porta alla lingua italiana, mettendo in grossa difficoltà la lingua sarda: l’emigrazione e la Prima Guerra Mondiale mescolano e mettono una affianco all’altra persone di ogni provenienza che devono trovare una maniera per capirsi l’un l’altra: pertanto le persone hanno dovuto mettere da parte la loro lingua madre e hanno dovuto cominciare a utilizzare l’italiano. In più la radio diffondeva l’italiano in ogni angolo del paese, i soldati cominciarono a scrivere le loro lettere a casa mischiando l’italiano col sardo e perdendo sempre più dimestichezza con la loro lingua di latte.

L’obbiettivo del Governo di allora era l’educazione linguistica delle genti più povere di quelle zone d’italia – come la Sardegna – in cui la lingua di latte era ancora forte: l’italiano parlato dalla gente era ancora pieno di errori e zeppo di parole e modi di dire mutuati dalla lingua sarda. Per questa ragione, nei primi anni del ‘900, cominciano a essere pubblicati libri per insegnare l’italiano ai sardi e per mostrare loro quali fossero gli errori che commettevano quando parlavano o scrivevano in italiano, la “lingua forestiera”:

“Raggiunta, dopo tante gloriose battaglie, l’unità politica dell’Italia nostra, sarebbe patriottico combattere le non meno gloriose battaglie per l’unità della lingua, che accomunando le diverse regioni, nell’esprimere i propri pensieri, più facile rendesse lo scambio delle idee, le quali non sono che la percezione delle cose. […] [Questo n.d.c.] vocabolario è fatto segnatamente per i giovani, e consultandolo essi si devono, a poco a poco, persuadere di quello che il Manzoni diceva: una lingua non s’impara in un giorno, ma imparare l’italiano non è poi l’immensa fatica che i pedanti volevano.”

“Son soliti i Sardi […] costruire inversamente le preposizioni interrogative.

  • Visto (lo) hai tuo padre? = Hai visto tuo padre?
  • E tuo fratellino sentito lo hai quando diceva che non voleva studiare? = Hai sentito il…

[…]

Non raramente usano anche frammettere, nelle proposizioni interrogative, un “che” superfluo che dà alla proposizione – anche se non è deturpata dalla costruzione inversa – una forma speciale e biasimevole.

  • Che cosa è quello che hai? = Che cosa hai? (Che hai?)
  • Chi è che mi chiama? = Chi mi chiama?
  • Con chi è che vado? = Con chi vado?

Ad ogni modo, fino agli anni trenta del ‘900, il Fascismo permetteva alla gente di utilizzare la parlata e la cultura del luogo, insieme all’italiano. Ma non appena il Fascismo imboccò la strada dell’autarchia e dell’imperialismo, il governo mise al bando ogni genere di forestierismo e barbarismo, costringendo gli italiani a utilizzare soltanto la parlata italiana, cancellando ogni parlata locale e cancellando persino il concetto di “regione”.

Il gerarca Gino Anchisi, su l’Unione Sarda, discutendo con Antioco Casula Montanaru (v.) che aveva da poco stampato Sos cantos de sa solitudine scritti in sardo, gli scriveva, ricordandogli che i dialetti erano morti: “Morta o moribonda la regione, è morto o moribondo il dialetto!”.

Comincia allora un lavoro sistematico per eradicare il sardo dalla vita dei sardi: in Sardegna vengono introdotti nelle scuole tre libri per le scuole Elementari con esercizi e suggerimenti per non utilizzare la lingua sarda:

“Poco alla volta apprenderai anche l’uso dell’infinito e del gerundio in italiano, per adesso sappi che, mentre in sardo si dice: inténdiri unu zerriendi, bidi o incontrai unu fumendi ecc., in italiano si dice invece: sentire uno gridare o che grida (non gridando), vedere uno fumare, leggere o che fuma, che legge, che fumava, che leggeva (non fumando, leggendo)”.

Mi piace, a questo punto, citare un articolo scritto da Oreste Pili (1953-2018) nel 2017 che spiega i danni che ha arrecato il proibizionismo alla lingua sarda:

“Nessuna storia della lingua sarda può essere scritta senza menzionare il proibizionismo linguistico che ha colpito il sardo, vale a dire la politica condotta dai governi italiani attraverso leggi contrarie all’utilizzo della lingua sarda, principalmente sul versante pubblico.

Menzioniamo, quindi, l’art. 17 del R.D. de su 1/10/1923, n. 2185, l’art. 271 del R.D. del 31/8/1933, n. 1592 e il DPR del 14/7/1955, n. 503, per quanto concerne la scuola, e l’art. 137 del codice di procedura penale, introdotto nel 1931, per quanto riguarda l’utilizzo della lingua ufficiale nei tribunali.

Il proibizionismo linguistico è durato 76 anni, fino al 15/12/1999, quando la legge 482 dello Stato ha riconosciuto il sardo come lingua, in quanto prima di allora veniva considerato solo un dialetto.

E dunque i 76 anni di proibizionismo – che hanno toccato non solo i 20 anni di Mussolini (1923–1943 in Sardegna) ma anche i 51 anni della Repubblica (dal momento che la Costituzione è entrata in vigore il 1/1/1948), sono il padre del genocidio linguistico del sardo. Per essere chiari se adesso molti sardi non sanno leggere e/o capire questo articolo (originariamente scritto in sardo, n.d.r.), se non sanno parlare il sardo, se non l’hanno imparato dalla loro madre, se non l’hanno potuto (e non lo possono) studiare a scuola, la colpa è da ricercare in quei 76 anni di proibizionismo che ha devastato la nostra lingua, trascinandola giù fino a sprofondare.”

Oreste Pili ha ragione, però va detto che in quei 76 anni non tutto è rimasto fermo, in materia di lingua sarda. È proprio in quegli anni che il grande padre della linguistica sarda, Max Leopold Wagner (v.) fa una grande ricerca sulla lingua, rivoltandola sottosopra per studiarla in ogni dettaglio. Ed è partendo da quegli studi che Antonio Sanna, il primo professore di Linguistica sarda dell’Università di Cagliari, nel 1957 pubblica “Introduzione agli studi di Linguistica sarda”: il mondo della politica e il mondo dell’università cominciano in quegli anni a preoccuparsi per cercare di salvare ciò che era ancora possibile salvare della lingua sarda.

Nel 1963/64 Michelino Pira (1928-1980), con Sardegna tra due lingue, fece una ricerca approfondita e minuziosa sulla salute della lingua sarda, cominciando a parlare del rischio della morte del sardo per colpa degli stessi sardi che non lo parlavano più: “L’alfabetismo non è più un passaggio obbligato per diventare italofoni. La scuola creava il sardo bilingue, anche se non ammetteva nel proprio territorio l’uso dei dialetti di lingua sarda. La radio e la televisione tendono […] a creare un uomo sardo monolingue”.

Dunque, due dei grandi nemici della lingua sarda sono proprio la radio e la televisione: due media che sarebbero potuti essere di grande aiuto per salvaguardare la lingua sarda e che, al contrario, la stanno finendo di ammazzare.

Nel 1977 un comitato con Francesco Masala (1916-2007) presidente riesce a raccogliere 13.650 firme che portano il Consiglio regionale della Sardegna ad approvare il 9 aprile del 1981 una legge d’iniziativa popolare per formare in Sardegna un regime di bilinguismo.

Nel 1985 nasce la Sotziedade pro sa Limba Sarda (SLS), che contava oltre 500 soci che hanno lavorato per parecchi anni per salvaguardare e diffondere la lingua sarda con convegni e dibattiti per tutto il territorio regionale.

Nel 1992, a Strasburgo, il Consiglio d’Europa firma la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie che sarebbe dovuta servire per salvaguardare e promuovere tutte le lingue regionali e minoritarie come parte del patrimonio culturale d’Europa. In quel momento l’Italia firmò la Carta, che però doveva essere recepita in patria con una legge ad hoc. A a tutt’oggi, dopo quasi trent’anni – purtroppo – l’Italia è una delle pochissime nazioini europee che non ha ancora ratificato la Carta.

Le difficoltà della lingua sarda hanno interessato anche l’UNESCO, che ha inserito la lingua nella lista rossa delle lingue in via d’estinzione: infatti, secondo il Sardinian Language Use Survey, per il fatto che la lingua non viene più parlata dai bambini, la lingua sparirà nel giro di due generazioni. In più registrano che i sardi vedono la lingua sarda come una lingua della tradizione, che deve combattere con l’italiano che è, al contrario, lingua della modernità.

Continuando sul cammino aperto dalla proposta di legge d’iniziativa popolare del 9 aprile 1981, la Regione sarda, il 15 ottobre 1997 promulga la L.R. 26 che identifica la lingua sarda come codice etnico-linguistico dei sardi e propone attività che salvaguardino e valorizzino il sardo e le altre parlate alloglotte di Sardegna (Catalano, Tabarkino, Gallurese e Sassarese). Questa legge da il via a parecchie iniziative culturali. Per molti anni l’editoria sarda ha potuto godere di cospicui finanziamenti per stampare lavori in lingua sarda. La RAI e Videolina cominciano a far partire i primi programmi in sardo e nei comuni aprono i primi sportelli linguistici con operatori specializzati che possono aiutare i cittadini a utilizzare correttamente la lingua sarda.

Nel 1999 lo Stato promulga la legge 482 Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche. Con questa legge il sardo viene ufficialmente riconosciuto come lingua appartenente alle minoranze storiche d’Italia, insieme al catalano, al croato, all’occitano, al franco-provenzale, al friulano, al grecanico e all’albanese.

Nel 2001 la Regione propone la Limba Sarda Unificada (LSU), in via sperimentale, perché venga utilizzata soltanto nei documenti pubblici, sulla radio, in televisione, sui giornali, a scuola e per la pubblicità. Per il legislatore la Limba Sarda Unificada sarebbe dovuta essere una lingua-tetto che si sarebbe dovuta collocare sopra tutte le varianti locali, senza asfissiarle. Il legislatore non aveva, però, considerato che la LSU non aveva quasi nessun elemento che appartenesse alla variante campidanese: la maggior parte della limba veniva mutuata dalle varianti del capo di sopra. E questo, i campidanesi, non l’hanno per nulla gradito.

Negli anni seguenti si continua a discutere per trovare una norma che potesse essere gradita a tutti i sardi. Nel 2002 nasce la Limba de Mesania (LdM), una lingua parlata nella parte mediana della Sardegna, tra Campidano e Logudoro, che sarebbe stata comprensibile sia dalle persone del capo di sotto, che dai cittadini del capo di sopra. Ma nemmeno questa proposta prende piede.

Si arriva al 2006 con un’altra proposta: la Giunta regionale delibera la Limba Sarda Comuna (LSC), una sorta di Limba Sarda Unificada con qualche aggiunta di forme linguistiche campidanesi, giusto per farla digerire agli abitanti del capo di sotto.

Con tutto che la Regione stanzia cifre ingenti per finanziare i lavori in LSC, questa lingua artificiale non viene accettata dai sardi e non riesce a prendere il posto che si era prefisso.

Serve qualcosa che unisca il popolo e che non lo divida.

Nel 2009 il Comitato scientifico per la normalizzazione della variante campidanese della lingua sarda formulano una proposta che tiene conto del percorso storico fatto in Sardegna dalla questione della lingua. E quindi non cercano di creare una lingua artificiale, creata in laboratorio, ma partono dall’idea che la Sardegna non è ancora arrivata a un punto d’incontro sulla lingua sarda. Il percorso storico, culturale ed economico che ha fatto la Sardegna è differente per il Capo di sotto e per il Capo di sopra. Quindi non è possibile radunare tutte le varietà sotto il tetto di un’unica norma: la lingua sarda è una, ma con due macro-varietà diatopiche e letterarie, che hanno la stessa dignità: il Campidanese e il Logudorese.

E quale Campidanese? Quale Logudorese? Per unire tutte le microvarietà locali, il Comitato ha preso ad esempio la lingua cantata dai Cantadoris i quali, andando in giro per i paesi, utilizzavano una lingua-tetto del Capo di sotto o del Capo di sopra che non era peculiare di nessuna città o paese, ma che tutti i sardi del Capo di sotto o del Capo di sopra erano in grado di comprendere e apprezzare.

In questo modo nascono le Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua sarda, una raccolta di norme per la macro-varietà campidanese, il primo gradino di un progetto ancor più ampio che avrebbe dovuto portare alla normalizzazione anche della macro-varietà logudorese, utilizzando un alfabeto unico per entrambe le macro-varietà.

Il lavoro delle Arrègulas viene raccolto dall’Acadèmia de su Sardu ONLUS, che nel 2010 propone la Norma alla Provincia di Cagliari, la quale l’adotta (Delibera di Consiglio n.17 del 17.03.2010) quale lingua co-ufficiale della Provincia.

Nel 2017 viene pubblicato Su Sardu. Proposta de ortografia, una pubblicazione promossa dall’Acadèmia de su Sardu e sostenuto da numerose associazioni, professori, studenti e appassionati della lingua sarda, con l’introduzione in Campidanese di Oreste Pili e la prefazione in Logudorese di Paolo Pillonca (1942-2018). Questo lavoro propone di scrivere il Sardo, tutto il Sardo, continuando a utilizzare le due macro-varietà, ma utilizzando un alfabeto unico per tutti, facendo in modo di scrivere le due varietà con gli stessi criteri.

Nel frattempo, nel 2018, la Regione promulga la legge 22 “Disciplina della politica linguistica regionale” che prova a regolamentare la materia. Una legge contorta e piena di intoppi, che è rimasta lettera morta.

Su Sardu. Proposta de ortografia apre la strada all’altro grande lavoro promosso dall’Acadèmia de su Sardu e portato avanti dal Comitato Scientifico per il Sardo Standard. Nel 2019, infatti, viene pubblicato Su Sardu standard, una proposta di normalizzazione delle varianti Campidanese e Logudorese della Lingua sarda, con l’alfabeto ragionato. Uno strumento scritto in Campidanese, Logudorese e Italiano che può tornare utile a chiunque voglia studiare l’una, l’altra o ambedue le varianti del Sardo.

L’obbiettivo dell’Acadèmia de su Sardu, con questi lavori, è quello di aiutare i sardi a utilizzare con perizia ambedue le varianti: la lingua sarda dev’essere inserita come materia curricolare in tutte le scuole di ordine e grado.

Sa punna de s’Acadèmia de su Sardu, cun custus traballus, est de agiudai is sardus a manigiai ambaduas is bariedadis: sa lìngua sarda depit essi posta che a matèria curricolari in totu is scolas, mannas e piticas.

“1) le Scuole dell’Infanzia e Primarie devono usare, per la comunicazione orale con i bambini, il dialetto del paese (per citare due esempi, il capoterrese a Capoterra e l’orgolese a Orgosolo). Per la scrittura devono usare la norma della varietà in uso nella Provincia di appartenenza (quella campidanese nelle Province dove si parla Camp., quella logudorese nelle Province dove si parla Log.); ma ogni bambino deve apprendere alcune poesie all’anno nella norma della varietà diversa dalla sua;

2) le Scuola Secondarie di 1° grado (ex Medie) devono usare con gli studenti la norma della variante in uso nella loro Provincia. Ma ogni studente deve imparare a leggere correntemente qualunque brano nella norma della varietà diversa dalla sua (quella campidanese nelle Province dove si parla Log., quella logudorese nelle Province dove si parla Camp.);

3) le Scuole Secondarie Superiori devono usare con gli studenti la norma della varietà in uso nella loro Provincia. Ma ogni studente deve possedere una competenza attiva minima nella varietà diversa dalla sua;

4) la facoltà di Sardistica dell’Università deve usare con gli studenti la norma della varietà in uso nella sua Provincia. Gli studenti devono sostenere gli esami nella varietà in uso nell’università. Ma ogni studente deve sostenere un esame nella norma della variante diversa della sua.

Se i sardi imparano a utilizzare entrambe le varianti, nel giro di trenta/cinquant’anni comincerà a nascere da sola (e non calata dall’alto) una lingua nuova, che possiede elementi di una e dell’altra variante. Una lingua veramente democratica, nata dalla gente, per la gente.

E nel frattempo… nel 2020 che fine ha fatto la lingua scritta e parlata?

La produzione letteraria è vivace e le librerie sono traboccanti di dizionari e grammatiche di innumerevoli farianti locali. Gli autori sardi scrivono racconti e romanzi in sardo, anche traducendo in sardo le grandi opere della letteratura mondiale.

Contiamo una sessantina di premi letterari in lingua sarda sparsi per l’isola: non mancano certo gli scrittori. E forse non manca nemmeno il pubblico che legge o che va a vedere le commedie in sardo. Ciò che davvero manca, oggi, è la gehte che il sardo lo parla frequentemente: il problema più grande è che le le poche persone che continuano a parlare il sardo, lo fanno all’interno delle mura domestiche. Fuori casa si ha generalmente vergogna di parlarlo, perché il sardo continua ad avere lo stigma di essere la lingua degli ignoranti.

E così è anche per i ragazzi più giovani: sono pochi quelli che a casa parlano il sardo. In casa si parla soprattutto il sardo mescolato col sardo. E il sardo viene sempre più frequentemente utilizzato come intercalare per fare battute o per esprimere emozioni o sentimenti che l’italiano non riesce ad esprimere. Fuori casa l’italiano e il “giovanilese” sono le lingue di gran lunga più impiegate dai ragazzi. “Giovanilese”, che è zeppo di parole sarde, mutuate sia dalla parlata locale, che dalle parlate di altre parti dell’isola.

Anche la Chiesa sarda sta facendo un gran lavoro sulla liturgia e sulla Bibbia: la Facoltà Teologica della Sardegna, sotto la guida di don Antonio Pinna, sacerdote e professore di Scienze bibliche, comincia a tradurre ad experimentum i testi della tradizione cristiana e i testi della liturgia, per giungere a celebrare un’intera messa in lingua sarda. Si consideri che fino ad ora la parte riguardante la consacrazione non poteva essere celebrata se non in italiano o in latino.

A dire il vero, la storia degli ultimi cinquant’anni racconta che la prima messa interamente celebrata in sardo è stata quella che don Alviero Curreli aveva avuto l’ardire di celebrare il 17 luglio 1977 a Lunamatrona, nella chiesa di Santa Marina, contro il volere del vescovo di Ales, Mons. Antonio Tedde. E la storia della messa in sardo è piena di dinieghi e problemi. Fino ad arrivare al 2016, quando il vescovo di Cagliari, Mons. Arrigo Miglio, seguendo le indicazioni di Papa Francesco, ha aperto la porta alla messa in lingua sarda.

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