La Lingua sarda

 La lingua sarda: una e a due gambe

I. Le due macro-varietà del Sardo: il Campidanese e il Logudorese.

   Sentire comune, tradizione e mondo scientifico

Vi è una forte coerenza, nell’ambito della cosiddetta unitarietà e varietà del sardo, tra sentire comune, scienza e tradizione letteraria.

È infatti convinzione comune dei sardi che il sardo sia un’unica lingua, ma anche che tale lingua si caratterizzi per due varietà assai distinte: il campidanese (camp.), parlato nel sud dell’Isola, e il logudorese (log.), parlato nel centro nord. È della stessa convinzione il mondo scientifico internazionale, che tali differenze ha addirittura codificato. Infatti, esso, dopo aver accolto la teoria di M.L.Wagner enunciata nella Stratificazione del lessico sardo (1928), secondo la quale due ondate di latinità, una arcaica e una recenziore, avrebbero favorito la biforcazione del latino di Sardegna e poi la nascita delle due menzionate varietà diatopiche, ha definito le stesse diasistemi linguistici (Blasco Ferrer, Storia della lingua sarda 2009: 36-38, 61, 117-119, 183, 234). Anche nel campo letterario, sacro e profano, vige da sempre questa codificazione diasistemica. Nell’XI secolo, la Carta di donazione di Orzocco-Torchitorio (ca. 1066-1074) e il Condaghe di San Pietro di Silki (post 1073-1180), sono, rispettivamente, in camp. e in log. Tale bipartizione è ben presente nei 63 catechismi stampati fra il 1555 e il 1922 (Turtas 2006: 99-101), come pure in Vincenzo Porru e Giovanni Spano per i loro rispettivi  dizionari, il Dizionariu sardu-italianu (1832), in camp., e il Vocabolario sardo-italiano e italiano-sardo (1851-52), in log., e in Vincenzo Ulargiu, autore dei manualetti per la scuola, Messi d’Oro del Campidano per le Scuole Sarde-Meridionali o Campidanesi e Voci Argentine del Logudoro per le Scuole Sarde-Settentrionali o Logudoresi (ca. 1923-1925). E così anche nella letteratura moderna: per citare due soli esempi, il romanzo Po cantu Biddanoa (1987) di Benvenuto Lobina è in camp., Mannigos de memoria (1984) di Antonio Cossu è in log. I poeti improvvisatori sono andati oltre, creando, ognuno per la propria varietà, un olimpo letterario, che, come verrà detto, non è solo la presa d’atto dell’esistenza delle due varietà, ma anche la loro koinè. Anche la RAS ha tradotto il proprio Statuto, Carta de Logu de sa Sardigna (1999), in camp. e log.

II. Le ragioni della proposta di uno standard con due norme.

    Il ruolo della lingua materna

Questa proposta di Sardo standard tiene in debito conto e rispetta i percorsi storici, linguistici, culturali ed economici verificatisi in Sardegna negli ultimi due millenni, che hanno imposto al sardo e, prima ancora, al latino, un movimento in direzione ora di una divisione, ora di una unificazione. Un esempio di divisione lo cogliamo nel comportamento della lingua latina in Sardegna. Questa lingua verso il I secolo d. C. subì in tutta la Romània vistosi mutamenti fonetici, divenendo, se ci è consentita l’espressione, più moderna. Anche in Sardegna il latino si modernizzò, ma non nel Capo di Sopra (Barbagia), dove si mantenne antico. L’esempio più eclatante ci è fornito dalla velare occlusiva sorda latina [k], come in centum [‘kentum], che si trasformò nel Capo di Sotto (Campidano), come nel resto della Romània, nella palatale affricata sorda [tʃ], centum [‘tʃentum]. Il Capo di Sopra invece non fu coinvolto nel fenomeno di palatalizzazione e mantenne intatte le sue occlusive velari sorde [k]; e dunque, dalla lingua latina, che in Sardegna era già divisa così, in due varianti, non poteva che scaturire un sardo con due varietà, una del Capo di Sotto che dice centu e una del Capo di Sopra che ancora oggi dice chentu. Un esempio, al contrario, di spianamento delle differenze dialettali lo cogliamo nell’opera infaticabile che i cantadoris e le cantadoras, sia campidanesi, sia logudoresi, portano avanti da oltre un secolo e che ha dato il risultato straordinario di creare, nella loro sterminata letteratura, un solo camp. e un solo log. Ora, quest’opera di smussamento delle differenze dialettali (campidanesi da un lato e logudoresi da un altro), è ciò che è comune oggi alla storia linguistica della Sardegna, o, meglio, è il percorso comune che sta effettuando oggi la lingua sarda nei due Territori, del Capo di Sotto e del Capo di Sopra.

Le differenze tra le due varietà, acuite dall’assenza di unità politica e differenze  geografiche e quindi economiche, culturali e sociali, sono ancora oggi assai profonde. Su questo contesto si abbatte quindi come un macigno la scelta, da parte della RAS, della Limba Sarda Comuna (LSC), pubblicata il 18/04/2006 solo in lingua italiana e presentata come un esperimento in uscita (“Adozione delle norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell’Amministrazione regionale” [Deliberazione n. 16/14 del 18/04/2006, oggetto, p. 1], “da utilizzarsi in via sperimentale per l’uso scritto in uscita…” [Deliberazione, p. 2]) di una lingua che è una “varietà linguistica di mediazione” (p. 5). Creare dunque in laboratorio una lingua comune si è rivelata una grave ingiustizia verso i parlanti la varietà camp., ai quali è stato sottratto il diritto di poter scrivere in una varietà vicina alla lingua materna, poiché la LSC è, in sostanza, vicina alla lingua materna di chi parla log. (e suppergiù anche nuorese-baroniese), ma non  di chi parla camp.; minimizzare sulla gravità della scelta della LSC da parte della RAS, affermando che tanto è una lingua solo in uscita significa non aver capito (o simulare di non avere capito) che la lingua usata dalle istituzioni non può essere troppo lontana dalla lingua materna usata dai cittadini. Ogni volta che la RAS usa il termina limba, anziché lìngua, rivolgendosi a tutti i sardofoni, calpesta la lingua madre di chi parla camp. e persiste nell’apartheid linguistica, scordando che il diritto all’uso della lingua madre è diritto fondamentale tutelato da Convenzioni internazionali e dalla Costituzione italiana.

La nostra proposta prevede, invece, che la RAS e altre Istituzioni, ogniqualvolta usino il sardo, per restare nel nostro esempio, usino il sardo-lìngua e il sardo-limba.

III. La base dello standard del Sardo:

     la lingua dei poeti improvvisatori e la loro azione unificatrice

Prima di enunciare i principii guida della nostra proposta dobbiamo innanzitutto chiedere venia fin da ora a chi legge se utilizziamo il termine dialetto che, a nostro avviso, è il risultato finale di una scelta, spesso politica, che relega in secondo piano una parlata a discapito di un’altra. Useremo quindi tale termine solo nei casi in cui la parola parlata, che noi preferiamo, non ci sembra ad esso tecnicamente sovrapponibile.

Diciamo quindi che se oggi esistono un camp. e un log. letterari sovradialettali, cioè una produzione letteraria che rispettivamente tutti i campidanesi e i logudoresi capiscono, apprezzano e percepiscono come espressioni loro, in forma e in sostanza letteraria, e inoltre di essi ne hanno, all’occorrenza, le competenze attive in quanto lingua materna, questo (come già detto sopra) è dovuto all’opera infaticabile e plurisecolare dei cantadoris/-es/-as, che sono riusciti nell’opera ciclopica di creazione di una lingua, spianandone incessantemente le differenze dialettali.

Sappiamo che il camp. e il log., come tutti i sistemi linguistici, si presentano divisi in tante parlate, come, per citare qualche esempio, quella di Monserrato, Teulada, Uta, Cagliari; e quella di Ploaghe, Bonorva, Ozieri, Silanus, Orgosolo, Nuoro e così via, parlate che tecnicamente sono definite dialetti. Il dialetto è una parlata usata in un territorio piccolo e chiuso. In Sardegna, per essere ancora più chiari, ogni paese ha il suo dialetto, che comincia nel centro abitato e termina nel suo territorio.

Sappiamo pure dalla storia che una parlata, qualche volta, riesce, per motivazioni che possono essere politiche e/o culturali a uscire dal ristretto luogo di origine e a diffondersi in un territorio più vasto divenendo così lingua. Così, per motivi politici, è accaduto che le parlate di Parigi e Madrid divennero rispettivamente francese e spagnolo, poiché le corti, francese e spagnola, risiedevano in quelle città. Per l’italiano, invece, in mancanza di unità politica dell’Italia, emerse, grazie al suo prestigio letterario, il toscano, che fu imposto politicamente prima dal Regno di Sardegna e poi dallo Stato unitario nel 1861.

Il discorso, per il sardo, è simile all’italiano. Tramontate le istituzioni giudicali tra il XIII e XV secolo, si è dovuto attendere l’azione culturale, esclusivamente culturale, dei poeti improvvisatori.

Ora, si potrebbe obiettare, la letteratura sarda non è rappresentata solo dalla produzione de is cantadoris/-as e sos cantadores/-as. Certo questo è verissimo, così come è vero che altri poeti e prosatori, che hanno prodotto letteratura scritta, hanno più spesso utilizzato la varietà del loro paese, con gradi più o meno marcati di “normalizzazione” grafica e fonetica verso le varietà dei poeti improvvisatori. Ma dobbiamo ricordare che solo questi si sottopongono, da oltre un secolo, al giudizio del pubblico. E il pubblico, apprezzando questo genere letterario ha legittimato, de facto, le due parlate sovradialettali che sono divenute norma, e che i poeti improvvisatori, grazie al loro prestigio, dovuto al forte e perdurante apprezzamento del pubblico, hanno diffuso, nelle loro zone linguistiche di competenza.

Inoltre, che il camp. e il log. si pongano in una posizione sovradialettale rispetto alle parlate dei paesi e delle città, si evince anche da altri aspetti, che non vanno sottovalutati: i giovani poeti improvvisatori imparano l’arte della cantada usando quella norma linguistica, della quale hanno indubbiamente una competenza attiva che non hanno invece per l’altra norma. Altro aspetto importante è la coniazione di espressioni, ormai diffuse, quali cantada campidanesa (o logudoresa), cantai in campidanesu (o in logudoresu), in campidanesu si narat ‘meda’ e no ‘mera’.

Si tratta dunque di espressioni dalle quali emerge chiaramente che nella gente vi è la consapevolezza che il camp. e il log. non sono le parlate di un villaggio o di una città bensì le parlate di precisi Territori linguistici che comprendono tutti i paesi e le città che in essi insistono e, comprendendoli, si pongono, rispetto ad essi, in una posizione sovradialettale.

Anche un altro aspetto comportamentale dei sardo-parlanti ci rivela di essere di fronte a una lingua, e cioè il fatto che, come per gli italiani, i francesi, i tedeschi ecc., che in prevalenza ascoltano (dai mass media) e leggono (dai libri e giornali) la loro lingua standard (italiana, francese e tedesca) ma raramente la parlano, in quanto per l’uso orale preferiscono tornare al loro dialetto, anche per i sardi il rapporto con la lingua (camp. e log.) è limitato all’ascolto (delle cantadas) e alla lettura (di libri), mentre al momento dell’uso orale ritornano alla parlata del proprio villaggio.

A conti fatti le due norme esistono e sono già diffuse. Noi crediamo che prendere in considerazione, con alcuni cambiamenti, la lingua creata dai cantadoris/-as e cantadores/-as significhi davvero rispettare il sardo di tutti e la cultura di tutti, poiché la maggior produzione letteraria è stata fatta nelle due varietà.

Dunque scegliere le due norme significa andare incontro a una storia e a una letteratura grande e veritiera.

1. IL SARDO STANDARD E LE LEGGI SUL BILINGUISMO

Premessa

Al giorno d’oggi la comunità nazionale sarda possiede tutti gli strumenti giuridici riguardanti la tutela, la valorizzazione e il rafforzamento della lingua sarda. Siamo giunti ad un grande risultato dopo anni e anni di battaglia per i diritti linguistici dei sardofoni. Chiaramente qui non faremo la storia di come è iniziato questo percorso, riassumeremo le questioni più importanti. Come sappiamo, una ricerca socio-linguistica nel 2007 («Le lingue dei sardi»), ha fatto emergere che il 68% dei sardi parla e capisce almeno una delle due macro-varietà della nostra lingua. Il sardo è ancora una lingua viva ma purtroppo è sempre meno utilizzata dai giovani e la stessa ricerca, menzionata sopra, ci fa sapere che solo il 13% dei bambini è lingua-madre (L1). Ciò sta a significare che da questo momento in poi siamo obbligati a fare in modo che la nostra lingua possa e debba essere utilizzata in qualsiasi contesto, ad iniziare dalla società, pubblica amministrazione (RAS in primis, città metropolitane, province e comuni), Scuola e Università, mezzi di comunicazione e persino la Chiesa. Speriamo pure di vedere un utilizzo quotidiano anche nella sfera economica (aziende, negozi e mercati). L’utilizzo orale del sardo non basta più e dunque si pone il problema di come scrivere la nostra lingua, cioè la questione della norma ortografica e dello standard linguistico. Infatti il sardo non è più utilizzato in maniera ufficiale da almeno seicento anni. Un utilizzo “normale” del sardo vuol dire vederlo utilizzato non solo ogni giorno da chiunque (uomini, donne, anziani, bambini/-e, ragazzi/-e, maestri/-e, professori e professoresse, bottegai/-e, semplici cittadini e persino politici) ma anche vederlo scritto. La scrittura del sardo è diventata una questione di primaria importanza.

1.1 Strumenti giuridici internazionali

Ma torniamo alle leggi che riguardano la nostra lingua. Non ci dilungheremo qui a spiegare teorie linguistiche sulla lingua sarda. Così come tutte le lingue del mondo, anche il sardo è entrato a pieno titolo a far parte della famiglia delle lingue tutelate e valorizzate in maniera ufficiale. Ci sono strumenti giuridici internazionali di tutela delle lingue meno parlate (lesser used languages o lul) che possiamo trovare negli atti dell’ONU e della UE. Sono strumenti che riguardano anche la nostra lingua da intendersi come lingua-madre di tutti i sardi.

Legislazione internazionale – O.N.U. (Organizzazione delle Nazioni Unite)

1. Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (10 dicembre 1948).

2. Convenzione contro la discriminazione nell’educazione (adottata dalla Conferenza generale dell’UNESCO [Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura] il 14 dicembre 1960).

3. Patto internazionale sui diritti civili e politici (adottato dall’Assemblea generale 2200 A (XXI) il 16 dicembre 1966 – entrato in vigore il 23 marzo 1976).

4. Protocollo facoltativo del Patto internazionale sui diritti civili e politici (adottato dall’Assemblea generale con risoluzione 2200 (XXI) il 16 dicembre 1966 – entrato in vigore il 23 marzo 1976, conforme all’articolo 9).

5. Dichiarazione sui diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali o etniche, religiose e linguistiche (adottata dall’Assemblea generale il 18 dicembre 1992).

6. Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia – 20 novembre 1989.

7. Dichiarazione di Vienna e programma d’azione – 25 giugno 1993.

8. Progetto di Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Popolazioni Indigene, 1994.

9. Risoluzione sui diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali o etniche, religiose e linguistiche, 20 aprile 2004.

Ma sono molto importanti anche gli atti dell’Europa, vedi qui sotto alcuni strumenti di rilievo.

Per ciò che riguarda l’OSCE (“Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa”)

1. Atto finale della CSCE (Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Helsinki, 1° agosto 1975.

2. Documento conclusivo della CSCE. Vienna, 4 novembre 1986 – 19 gennaio 1989.

3. Documento della Riunione di Copenaghen della Conferenza sulla Dimensione umana della CSCE. Copenaghen, 29 giugno 1990.

4. Carta di Parigi per una Nuova Europa. Parigi 19-21 novembre 1990.

5. Rapporto della riunione di esperti sulle minoranze nazionali, Ginevra, 19 luglio 1991.

6. Documento della riunione di Mosca della Conferenza sulla dimensione umana della CSCE – 4 ottobre 1991.

7. Vertice di Helsinki – Le sfide del cambiamento. Helsinki, 9-10 luglio 1992.

Nel frattempo il Consiglio d’Europa ha prodotto:

1. la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, il 5 novembre 1992;

(NB. Purtroppo lo stato italiano a tuttoggi non ha ancora ratificato questo documento ed anche a causa di ciò la lingua sarda non ha lo stesso livello di tutela di altre minoranze che stanno all’interno dello stato italiano, per esempio quella francese, quella tedesca e quella slovena);

2. la Convenzione quadro.

La In.C.E. (“Iniziativa Centro Europea”):

1. Convenzione In.C.E. per la tutela dei Diritti delle Minoranze.

      E a questi documenti sopra ricordati vanno aggiunti anche:

1. la Risoluzione Arfè del 16 narzo 1981.

2. la Risoluzione Kuijpers del 30 ottobre 1987.

3. la Risoluzione Killilea del 9 febbraio 1994.

1.2 Strumenti giuridici nel contesto italiano e sardo

E veniamo all’Italia. Al giorno d’oggi il sardo è la lingua regionale o minoritaria maggiormente parlata all’interno dello stato italiano (più di un milione di parlanti). È la Costituzione italiana che all’art. 6 afferma chiaramente: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche».

Al fine di fare entrare in attuazione questo articolo il Parlamento italiano ha scritto e approvato una legge apposita importante: la L. n. 482/1999 dal titolo «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche». Questa legge ha permesso l’apertura degli sportelli della lingua sarda nei comuni e nelle province della Sardegna e, allo stesso tempo, di organizzare corsi di formazione in sardo per gli studenti delle scuole dell’isola.

In Sardegna è accaduto che i diritti di chi si esprime in sardo fossero riconosciuti e adottati dalla Regione Autonoma della Sardegna, che nel 1997 ha scritto e approvato la prima legge per la tutela della nostra lingua, la L.R. n. 26/1997 cioè «Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna». Dopo ventuno anni la RAS ha avuto la necessità di rinnovare il suo impegno per la tutela, la valorizzazione ed il rafforzamento del sardo, e il 3 luglio 2018 ha approvato la L.R. n. 22/2018 («Disciplina della politica linguistica regionale»). Con questa legge la RAS, per la prima volta, pone la questione della standardizzazione del sardo, dopo la sperimentazione della LSC (Limba Sarda Comuna) dal 2006 al 2017. Malgrado sia ancora troppo presto per esprimere un giudizio su questa legge, è doveroso prendere in considerazione alcune questioni che riguardano la nostra proposta e i principii e le indicazioni espresse dalla Regione nella legge stessa. Infatti dal dibattito scaturito in seno al Consiglio regionale è emersa subito l’esigenza di uno standard ufficiale da utilizzare solo in uscita per gli atti della RAS. I politici ed i partiti hanno cercato di adottare e dopo di riassumere le proposte giunte dalla società sarda (soprattutto da associazioni che da anni svolgono un lavoro di promozione della nostra lingua).

Innanzi tutto vogliamo ribadire in maniera chiara che Su Sardu Standard si attiene a tre questioni fondamentali: 1) il rispetto per il percorso storico compiuto dalla lingua sarda dall’XI secolo ad oggi; 2) la lingua parlata dalla gente quotidianamente; 3) la letteratura scritta e la letteratura orale (con riferimento ai codici linguistici utilizzati dai cantadoris/-es e dalle cantadoras). Infatti, dal momento che la lingua è del popolo, e una lingua è viva e continua a vivere solo se il popolo continua ad utilizzarla quotidianamente in casa così come in tutti gli altri contesti della società, abbiamo pensato di attenerci e di avere rispetto, quanto più è possibile, per la lingua parlata. Nella nostra proposta abbiamo cercato di attenerci, dunque, a valori, indicazioni e principii espressi dalla RAS nella nuova legge approvata dal Consiglio regionale, soprattutto per il fatto che il sardo rappresenta, in passato così come oggi, per tutti i sardi, una ricchezza culturale meravigliosa di straordinaria importanza e, nello stesso tempo, delicata. La nostra proposta prende in considerazione la lingua sarda come valore identitario del popolo sardo e della sua tradizione che merita di essere tutelata, valorizzata e rafforzata (confronta l’art. 1 c. 1: «La Regione assume l’identità linguistica del popolo sardo come bene primario e individua nella sua affermazione il presupposto di ogni progresso personale e sociale»). La nostra opera ha accettato, dunque, con grande piacere lo stesso invito della RAS al fine di promuovere un dibattito democratico nell’ambito della politica linguistica regionale (confronta l’art. 6, c. 1: «La Regione promuove il confronto e la partecipazione quali metodi per la definizione della politica linguistica regionale»).

Per quanto attiene, dunque, la questione della norma ortografica e dello standard linguistico, Su Sardu Standard, invece, in conformità alla nuova legge, ha preso in considerazione: 1) le macro-varietà storiche e letterarie della nostra lingua così come menzionate e descritte dalla letteratura scientifica accademica, vale a dire: il sardo campidanese nel sud e il sardo logudorese/nuorese nella Sardegna centrale e nel nord; 2) le parlate locali dei centri dove si parla il sardo; 3) il percorso già fatto dalla sperimentazione della norma regionale negli ultimi dodici anni. È possibile consultare infatti ciò che la stessa legge afferma all’art. 8, c. 4: «La Consulta elabora una proposta di standard linguistico e di norma ortografica della lingua sarda e ne cura l’aggiornamento. La proposta tiene conto delle macro-varietà storiche e letterarie campidanese e logudorese, delle parlate diffuse nelle singole comunità locali, delle norme di riferimento adottate dalla Regione a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell’Amministrazione regionale e degli esiti della sua sperimentazione, ne propone gli ambiti e la tempistica di applicazione e gli elementi di verifica della sua efficacia».

Per quanto riguarda quest’ultimo punto ci è sembrato molto importante ascoltare ciò che il popolo ha chiesto alla RAS dal 2006 ad oggi in convegni, incontri culturali e in internet. Dal 2006 fino al 2018 la RAS ha sperimentato la Limba Sarda Comuna (o LSC) che il popolo ha categoricamente respinto nel momento in cui ha fatto il suo ingresso nella scuola e negli uffici comunali e provinciali.

Infatti doveva restare confinata solo in uscita per i documenti della RAS da tradurre dall’italiano al sardo. Ma a un’attenta osservazione la LSC risulta essere un logudorese meridionale per morfologia e fonetica, mescolato con qualche elemento di anfizona centrale e con poco e niente di campidanese. Il popolo non ha gradito uno standard troppo lontano dal sardo parlato quotidianamente e, soprattutto chi parla campidanese, non ha gradito il fatto che la LSC sia ancora troppo vicina alla macro-varietà logudorese. Nessuno oggi potrebbe provare ad esprimersi in LSC per la semplice ragione che la LSC, essendo un’invenzione artificiale creata nella scrivania di un ufficio, non riesce ad avvicinarsi ad alcun codice parlato per poter essere rappresentato come norma scritta, nonostante i discorsi apologetici di alcuni suoi sostenitori ideologizzati (i quali non rappresentano altro che sé stessi e per niente l’universo dei sardofoni) la indichino come “parlata di mezzo”.

Ma il fallimento della LSC è stato determinato dal suo stesso ingresso nella scuola, poiché questa parlata si allontana totalmente dal sardo che i bambini parlano in famiglia o nel loro paese. Infatti non è possibile alcuna didattica con l’utilizzo di una lingua inventata. I problemi insormontabili incontrati dai maestri, dalle maestre, dai professori, dalle professoresse, dagli studenti e dalle loro famiglie nel contesto scolastico, hanno fatto fallire questo pasticcio inventato provocando nella gente un rifiuto sempre più marcato nei confronti dell’utilizzo del sardo scritto. Oggi abbiamo potuto verificare che le cose non sarebbero potute andare diversamente da come sono andate.

L’assenza di importanti grafemi quali la <x> e il <th> nell’alfabeto dello standard regionale LSC fino a questo momento sperimentato, ha avuto il rifiuto del popolo nella Scuola e persino nella pubblica amministrazione. Viceversa la nostra proposta ha fatto proprie queste richieste e abbiamo aggiunto la <x> e il <th> nell’alfabeto della norma ortografica che noi stiamo proponendo in quest’opera. Inoltre abbiamo avuto rispetto per il lessico autentico e storico delle due macro-varietà storiche e letterarie e di tutta la grammatica storica del Sardo. Concludendo, in conformità sempre con l’art. 8 c. 4, la nostra proposta, seguendo le indicazioni della RAS, riconosce ufficialmente per la prima volta nella storia della politica linguistica sarda, che le due macro-varietà del Sardo devono avere la stessa dignità e la stessa importanza e dunque essere poste in una posizione di uguaglianza. Su Sardu Standard in conformità con le indicazioni di questo articolo della legge, si propone di sviluppare l’idea di avvicinare sempre di più le diverse parlate del sardo per giungere in futuro ad una koinè che sia condivisa dalla maggior parte dei sardi, valorizzando gli elementi che più cercano di unire le parlate e mettendo da parte ciò che fino a questo momento ci ha divisi.

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