Salvator Angelo Spano

(Villacidro, 1925 – 2004)

Giornalista pubblicista, scrittore e uomo politico. È stato uno dei fondatori della Democrazia Cristiana in Sardegna e dirigente regionale della Gioventù di Azione Cattolica, quando facevano parte del Nazionale l’amico intimo Carlo Carretto (1910-1988) e Luigi Gedda (1902-2000), che gli fu testimone di nozze. È stato Consigliere regionale dal 1953 al 1982, Assessore ai Lavori Pubblici, alle Finanze, all’Artigianato e alla Sanità e, nel 1972, Presidente della Regione.

Nel 1982 ha deciso di lasciare la politica e di dedicarsi agli studi di Teologia. Nel 1991 il Vescovo di Ales Mons. Antonino Orrù lo ha ordinato Diacono permanente.

È stato anche il primo presidente della Fondazione Giuseppe Dessì. Ha scritto opere in lingua italiana, ma soprattutto ha scritto in lingua sarda racconti, poesie, traduzioni di autori stranieri e opere per il teatro.

Ha vinto due volte il Premio Montanaru di Desulo e cinque volte il Premio Ozieri: due volte per il teatro, nel 1977 con “S’arroppapaneri” e nel 1981 con “Su parenti americanu”, due volte per la prosa e una volta per la poesia. Nel 1979, per “Sa vid’ ‘e Gesu Gristu a sa manera nosta”, una raccolta monumentale di 4676 versi, raccolti in 334 sonetti, la Giuria del Premio gli tributa una “Citazione d’onore”.

Per ciò che concerne il teatro, ha scritto in tutto dieci opere: otto commedie, un Passio e un monologo. Le commedie sono quasi tutte opere che raccontano la vita di tutti i giorni, agganciandosi spesso a fatti storici e costruendogli attorno le storie dei personaggi tipici delle sue opere:

“La cifra stilistica più propria di Salvator Angelo Spano non è il patimento o la denuncia, ma l’ironia e il sarcasmo e, precisamente, quello che sembra essere il segno specifico della letteratura campidanese: la farsa, cioè lo stravolgimento scenico, tragicomico del personaggio paesano, secondo il quale niente c’è di drammatico nella vita su cui non ci si possa fare una risata agrodolce”.

È importante ricordare che una delle commedie di Spano, “Su parenti americanu”, è stata tradotta in logudorese da Antonio Canalis ed è stata rappresentata il 30 luglio 2020 a Ozieri dalla Compagnia delle Donne per festeggiare i 50 anni del Premio Ozieri.

Nonostante abbia sempre parlato in sardo, Spano ha cominciato a scrivere in lingua sarda soltanto intorno ai cinquant’anni. In quel periodo non c’era molta disponibilità di grammatiche sarde: quindi, utilizzando i suggerimenti e le indicazioni degli amici professori Massimo Pittau (v.) e Eduardo Blasco Ferrer (v.) e i lavori del Prof. Antonio Sanna, di Max Leopold Wagner (v.) e di Vincenzo Raimondo Porru, di Antonio Lepori e di Mario Puddu, Spano comincia a scrivere inizialmente con una grafia che era molto vicina alla parlata di Villacidro, il suo paese d’origine.

Ha continuato a studiare e a confrontarsi, perché era alla continua ricerca di una maniera pulita e uniforme di scrivere il sardo. Negli anni ha avuto parecchi ripensamenti e evoluzioni della scrittura, e alla fine è arrivato a un equilibrio tra le differenti proposte di scrittura del periodo.

Nel 2003 comincia a correggere e a uniformare tutti i suoi lavori con le nuove regole che si era dato. Ma fa in tempo a correggere soltanto alcuni lavori, in quanto nel 2004 la morte lo coglie. Da alcuni anni il lavoro di correzione è stato preso in mano dal figlio Giovanni, che ha già terminato di rivedere l’intera produzione teatrale edita e inedita e che è in fase di pubblicazione.

Negli ultimi anni di vita Salvator Angelo Spano ha combattuto la “Limba Sarda Unificada”, una lingua artificiale che stava seriamente minacciando la variante campidanese. Non era contrario a una lingua unica, al contrario, sosteneva che una lingua unica era possibile, magari cercando di far entrare il sardo a scuola.

“Ma questo tentativo di unificazione deve poter avvenire senza fretta, col massimo del consenso e con l’apporto di scrittori, docenti, operatori culturali delle diverse varianti, senza colpi di mano e tentativi più o meno consapevoli di sopraffazione, senza la imposizione di codici e di regole che possano ledere in qualche modo e offendere la sensibilità e la dignità di coloro che parlano e vogliono continuare a parlare e vivere con la loro variante.”

Salvator Angelo Spano credeva nei sardi, credeva nel sardo e credeva nella Sardegna. E chiede con forza ai sardi di avere fede in ciò che sono, nella lingua che parlano e nella terra che abitano. E questo è il testamento che ha voluto lasciare a tutti quelli che leggono le sue opere.

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