Comunicato n° 01/2026
160mila euro per un dizionario che non salverà una sola parola dallo spopolamento linguistico
L’associazione culturale Acadèmia de su Sardu APS, ente del terzo settore impegnato da anni nella tutela, nella valorizzazione e nel rinforzo dell’utilizzo della lingua sarda parlata e scritta, interviene sul progetto del servizio approvato dalla Regione Autonoma della Sardegna per la creazione di un dizionario etimologico-fonologico online sardo-italiano/italiano-sardo.
La RAS stanzia 163.934,43 euro di fondi pubblici per un’opera che, a un esame tecnico, si regge su basi contraddittorie fin dal titolo. Il progetto prevede che i lemmi siano redatti secondo le norme della Limba Sarda Comuna (Delibera di Giunta 16/14 del 2006) e che il dizionario includa una trascrizione fonetica IPA o, in alternativa, un file audio per ogni voce. È qui che il progetto smentisce se stesso: la LSC nasce, per stessa ammissione della Regione, come proposta ortografica sperimentale a uso interno dell’amministrazione, non come lingua parlata dotata di una pronuncia propria. Pretendere di allegarle una fonetica ufficiale significa costruire a tavolino l’accento di una lingua che nessuna comunità parla così, in nessun paese della Sardegna. Un dizionario fonetico presuppone un parlante reale da registrare, non una convenzione grafica da recitare.
Il paradosso si aggrava se lo si legge insieme alla storia recente della politica linguistica regionale. L’introduzione del Repertorio grafematico sperimentale nel 2022 (Delibera 18/13) era stata presentata come un passo verso il riconoscimento delle varietà reali del sardo, in apparente superamento della rigidità della LSC. Tre anni dopo, le certificazioni B2 e C1 restano redatte in LSC e questo stesso bando impone ai lessicografi di compilare le schede in LSC. Il cambio di rotta annunciato nel 2022 non ha prodotto nulla: la Regione continua a trattare come standard di fatto una norma che aveva definito, per iscritto, sperimentale e a uso circoscritto.
A questo si aggiunge un’inadempienza istituzionale che precede il bando stesso e ne mina la legittimità. La L.R. n° 22/2018, all’articolo 8, prevede l’istituzione della Consulta della lingua sarda entro 45 giorni dall’entrata in vigore della legge, con il compito specifico di elaborare uno standard linguistico sulla base dei criteri fissati al comma 4 dello stesso articolo. Sono passati otto anni e la Consulta non è mai stata nominata. La Regione continua nel frattempo a promuovere, tramite delibere di giunta e bandi come questo, una propria norma sperimentale, scavalcando l’organo che la legge stessa aveva individuato come sede legittima per quella decisione.
Vi è poi un profilo di legittimazione democratica che non può essere ignorato. La Limba Sarda Comuna non è il risultato di un percorso deliberativo che abbia coinvolto le comunità linguistiche della Sardegna nella scelta di adottare una varietà comune come propria lingua di riferimento. Si tratta di una soluzione elaborata in sede amministrativa e progressivamente assunta come standard operativo dalla Regione. Una scelta di tale portata, destinata a incidere sul patrimonio linguistico di un’intera collettività, dovrebbe invece maturare attraverso un confronto ampio, partecipato e realmente rappresentativo dei parlanti, poiché una lingua trae la propria autorevolezza dall’uso vivo delle comunità e non da un atto amministrativo.
La questione non può essere affrontata prescindendo dai principi internazionali sulla tutela del patrimonio culturale immateriale. Le lingue appartengono anzitutto alle comunità che le parlano e le trasmettono, non alle amministrazioni che ne disciplinano l’uso. Ogni politica linguistica dovrebbe quindi avere come obiettivo prioritario la salvaguardia della diversità delle varietà storiche, sostenendo le comunità di parlanti e favorendo la trasmissione intergenerazionale della lingua, piuttosto che sostituire tale patrimonio vivente con una norma elaborata dall’alto. Quando è la comunità ad adattare gli strumenti istituzionali, la lingua si rafforza; quando, invece, sono le comunità a dover adattarsi a uno standard amministrativo, il rischio è quello di indebolire proprio la ricchezza culturale che si dichiara di voler tutelare.
Il nodo più importante riguarda proprio l’efficacia dello strumento nel merito, non il principio. Uno strumento digitale può sostenere utilmente la trasmissione di una lingua minoritaria quando documenta il parlato reale delle comunità: è esattamente per questo che progetti di questo tipo hanno senso solo se costruiti sui parlanti veri, non su una convenzione scritta. Questo dizionario, così come è concepito, non lo fa. La pronuncia che si appresta a codificare come standard è un’invenzione ortografica, stabilita a tavolino, che non appartiene a nessuna famiglia sarda e non corrisponde al modo in cui nessuna comunità dell’isola parla davvero. Non diventa la lingua di una casa solo perché è scritta in un dizionario online. Presentarla come misura di rivitalizzazione linguistica è una scorciatoia politica, una soluzione di bandiera che permette all’amministrazione di dire di aver agito, mentre evita il problema vero, ben più scomodo e che richiede ben altro coraggio, cioè mettere in discussione l’idea stessa che il sardo debba essere ricondotto a un’unica norma decisa dall’alto perché possa dirsi tutelato.
Acadèmia de su Sardu APS propone alla Regione un cambio di paradigma, non solo di capitolo di spesa. Qualunque standard unico, per quanto elaborato con cura, non può rispettare la reale diversità interna del sardo: le nostre analisi su questo punto sono già pubbliche e a disposizione di chi voglia verificarle nel merito. Continuare a finanziare progetti che presuppongono una norma unica calata dall’alto, magari camuffata da neutralità tecnica come in questo bando, significa scegliere la strada sbagliata a prescindere da quanto sia ben scritto il singolo capitolato. Va ricordato che la stessa legge quadro statale sulle minoranze linguistiche storiche, la n. 482 del 1999, prevede già all’articolo 5 il finanziamento di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali delle comunità di minoranza: uno strumento che la Regione potrebbe utilizzare in sinergia con le risorse proprie, invece di destinare quelle risorse alla codificazione di una norma amministrativa. La Sardegna dispone già di strumenti di consultazione consolidati, come il Ditzionàriu online regionale, a disposizione tanto del cittadino comune quanto degli operatori linguistici e degli sportelli linguistici sul territorio. Non c’è quindi un vuoto lessicografico da colmare con l’ennesima piattaforma unica. Quei 160mila euro avrebbero un impatto reale se affidati, tramite bandi e convenzioni, alle associazioni e alle realtà che sul territorio lavorano già a contatto con le comunità e con le varietà storiche realmente parlate: chi fa immersione linguistica precoce nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, chi produce contenuti multimediali per bambini e ragazzi, chi forma educatori ed educatrici sul parlato reale del proprio paese. Sono queste realtà, e non un ufficio regionale che sceglie una grafia, a rappresentare davvero la comunità linguistica sarda.
Il sardo si mantiene vivo nelle strade, nelle case, tra chi lo parla oggi e chi potrebbe impararlo domani. Non in un archivio consultabile da un sito istituzionale destinato, con ogni probabilità, a restare deserto.
MONSERRATO (CA), 06.07.2026.
L’associazione culturale
Acadèmia de su Sardu APS