Comunicato n 02/2026
Appello sul rigore scientifico del bando RAS.
L’associazione culturale Acadèmia de su Sardu APS, impegnata da quasi vent’anni nella tutela e valorizzazione del sardo parlato e scritto, ritiene doveroso intervenire nuovamente a seguito di una serie di polemiche scaturite dopo la pubblicazione del comunicato n. 01/2026. Le osservazioni allora formulate restano integralmente valide: quanto segue non le sostituisce, ma le precisa nei punti che il dibattito di questi giorni ha reso centrali.
Le recenti polemiche sorte attorno al bando della Regione Autonoma della Sardegna (RAS) per la realizzazione del dizionario etimologico-fonologico della lingua sarda rischiano di distogliere l’attenzione dal vero nodo della questione: la qualità, la rappresentatività e la trasparenza degli strumenti linguistici regionali.
L’Acadèmia de su Sardu APS, associazione culturale indipendente e apartitica, ribadisce che la tutela della lingua sarda non ha colore politico. Accogliamo con favore l’interrogazione presentata in Consiglio Regionale dal gruppo di Fratelli d’Italia, così come accoglieremo qualsiasi atto o iniziativa, da qualsiasi parte dell’emiciclo provenga, volti a garantire che le risorse pubbliche destinate al sardo vengano spese con rigore filologico e metodologico. Respingiamo ogni tentativo di far passare un dibattito tecnico per uno scontro di parte. Le obiezioni che abbiamo formulato riguardano il merito del progetto, ed è nel merito che chiediamo risposta: le scelte metodologiche di un’opera finanziata con risorse pubbliche devono essere rese esplicite e adeguatamente motivate. Per questa ragione rivolgiamo una formale sollecitazione alla Presidente della Giunta, all’Assessore della Pubblica Istruzione e ai gruppi consiliari della maggioranza, affinché prendano una posizione chiara e trasparente sulle criticità strutturali del bando.
Il perimetro del bando. Il primo punto su cui chiediamo alla maggioranza di esprimersi riguarda il perimetro dell’opera. La ricerca fonetica ed etimologica sul sardo parlato è un lavoro necessario, e nulla di quanto scriviamo mette in discussione la competenza di chi vi prenderà parte. La questione è un’altra: il bando colloca la LSC dentro quel perimetro. Una norma nata da una decisione amministrativa, e adottata dalla stessa Regione con delibera di Giunta come insieme di norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell’Amministrazione regionale, viene così a trovarsi all’interno di un’opera di ricerca e ne riceve una credibilità che appartiene al metodo e non alla norma stessa. Il documento che istituisce la LSC dichiara del resto apertamente il proprio criterio di scelta: «tra un esito limba e un altro lingua, non si è trattato di inventare un ipotetico ibrido […] ma di scegliere un risultato linguisticamente più identitario: limba». È un criterio esplicitato dall’ente proponente, e non è un criterio fonetico né etimologico. Chiediamo alla Giunta e ai gruppi consiliari di maggioranza di dire con chiarezza come intendano tenere distinti i due piani: il risultato della ricerca, che si misura sui dati e sulle fonti, e la norma di riferimento dell’Amministrazione regionale, che a quei dati non deve la propria esistenza.
Le differenze tra le varietà. Ogni dizionario sceglie una voce principale, e il criterio con cui la sceglie ha un ruolo decisivo. Il capitolato stabilisce che in presenza di varianti formali il lemma è quello standardizzato in LSC, e in LSC è redatta anche la definizione di ogni voce. La LSC non è una varietà parlata, e il criterio con cui ne furono selezionate le forme è basato, per dichiarazione del documento istitutivo del 2006, su ciò che viene definito «un risultato linguisticamente più identitario». Una forma scritta suggerisce già una lettura, anche senza trascrizione accanto: chi consulta un dizionario legge il lemma e lo pronuncia come è scritto. Si può assumere che la trascrizione IPA riguardi le varianti locali, ma la voce principale che quelle pronunce accompagnano resta in LSC. Se il lemma della norma non coincide con le forme in uso, la lettura che esso suggerisce discende dalle regole della norma e non dal parlato. Se invece il lemma della norma, coincide con una forma attestata, la trascrizione della forma attestata ne documenta la pronuncia. In entrambi i casi la voce principale non è quella usata dal maggior numero di parlanti: è quella ritenuta più emblematica. Chiediamo alla Giunta come intenda conciliare l’oggetto dichiarato dell’opera, il sardo parlato, con una voce principale non selezionata sulla stessa base.
Il quadro normativo. Resta ferma la richiesta del rispetto integrale delle norme vigenti in materia, a partire dalla Carta europea delle lingue regionali e minoritarie. In particolare, l’articolo 8 della legge regionale n. 22/2018 prevedeva l’istituzione della Consulta della lingua sarda entro quarantacinque giorni, con il compito di elaborare lo standard linguistico secondo i criteri fissati dalla legge stessa. Sono passati otto anni e la Consulta non è mai stata nominata, mentre la Regione continua a promuovere per delibera una propria norma sperimentale, scavalcando l’organo che la legge indicava come sede legittima di quella decisione. È lo stesso capitolato a richiamare la L.R. 22/2018 come fondamento dell’azione regionale di indirizzo e coordinamento: il nesso tra quella legge e quest’opera lo stabilisce dunque l’Amministrazione, e non se ne può invocare l’impianto ignorandone l’articolo 8.
Il metodo. A queste criticità si affianca una considerazione di metodo. La pianificazione linguistica è uno dei processi più delicati nella tutela delle lingue minoritarie e non può essere ridotta a una scelta amministrativa né trasformata in un atto di imposizione istituzionale. Le esperienze internazionali dimostrano come gli standard linguistici più solidi siano quelli maturati attraverso un lungo processo di riconoscimento sociale, di condivisione tra i parlanti e di progressiva legittimazione culturale. Una lingua vive nella comunità prima ancora che negli atti amministrativi, e l’accettazione di una norma scritta è un esito storico e sociale che nessuna istituzione può stabilire in anticipo. Il ruolo delle istituzioni dovrebbe essere quello di sostenere ciò che nasce dalla società e dalla comunità scientifica, non quello di anticiparne artificialmente gli esiti. Nessun processo realmente democratico può dirsi compiuto quando una norma linguistica viene calata dall’alto senza un consenso diffuso e senza un effettivo radicamento nei territori. Non si tratta di schierarsi con o contro l’opposizione, ma di scegliere se la Sardegna debba dotarsi di strumenti validi per la rivitalizzazione della lingua o accontentarsi di scorciatoie burocratiche. Ci aspettiamo che la Giunta e la maggioranza dimostrino nei fatti l’impegno per la valorizzazione del sardo, aprendo un tavolo di confronto con il mondo accademico e con le realtà che operano a contatto con le comunità di parlanti. Le nostre richieste restano quelle indicate nel comunicato n. 01/2026: una revisione dell’impianto, perché le risorse pubbliche siano destinate al sardo effettivamente parlato e trasmesso. L’Acadèmia de su Sardu conferma la propria disponibilità a un dialogo istituzionale, serio e costruttivo.
Monserrato (CA), 08.08.2026.
L’associazione culturale
Acadèmia de su Sardu APS